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79° Adunata Nazionale Alpini ASIAGO - 2006

79° Adunata Nazionale Alpini
ASIAGO - 2006

di
Marco Gesiot
Stefano Maselli
Gianni Zadra


Per non dimenticare: tre parole scolpite nella memoria degli alpini, scolpite nel cuore degli alpini, scolpite nella pietra della “colonna mozza” deposta sull’Ortigara nel 1920 poco dopo la fine della prima guerra mondiale, quando 800 alpini si riunirono nella loro prima storica accorata adunata.

Quest’anno, per la 79° adunata nazionale si è scelto di tornare sull’altopiano di Asiago, una scelta forte e difficile. Forte perché tornare nei luoghi che hanno visto gli alpini combattere ed immolarsi per la patria e per la sua unità voleva essere, ed è stato, un messaggio di notevolissimo spessore ed impatto emotivo. Difficile perché le dimensioni che l’adunata ha assunto hanno visto numeri (centinaia di migliaia di persone) in grado di collassare persino ambiti organizzativi in grandi città, figuratevi dunque l’impatto per la piccola Asiago, un comune di appena 6500 abitanti.

L’adunata nazionale degli alpini è da sempre un evento che esprime in modo significativo il grandissimo spirito di corpo che tra l’altro rende l’ANA la più grande associazione d’arma del mondo raccogliendo tutti gli appartenenti alle truppe alpine: alpini, artiglieri da montagna, genieri e trasmettitori alpini, alpini paracadutisti ed appartenenti ai servizi delle Unità alpine.
Un'associazione forte e viva, legata non solo alla memoria e al reducismo delle guerre, ma fortemente radicata nel tessuto sociale di tutto il territorio nazionale: sempre attiva ed in prima linea nella protezione civile, negli interventi nelle grandi calamità, fino ai più "piccoli" interventi di volontariato locale. Gli alpini e la loro associazione, con notevole organizzazione e pragmatismo, si sono distinti negli anni con le loro opere, fedeli al motto, nato in concomitanza all’incredibile lavoro di aiuto portato ai terremotati del Friuli nel 1976: "onorare i morti aiutando i vivi".

Lo spirito alpino è questo e molto altro ancora, solidarietà ed umanità, forza e coraggio nel condividere e nell'aiutare, e non ultimo la voglia di esorcizzare le difficoltà con allegria e goliardia: la forza di un sorriso.
Purtroppo a volte quest'ultima caratteristica sfocia in eccessi poco condivisibili (e poco condivisi) dove la chiassosità e l'abuso di alcool mal si sposano con "l'alpinità". Sono eccessi generalmente messi in essere dai "boce" e guardati con indulgenza fino a qualche anno fa dai "veci". Oggi invece l'Ana ha preso una posizione forte cercando di sradicare queste espressioni esasperate e che degradano l'uomo e l'alpino.

L'atmosfera che si può respirare ad un'adunata non è descrivibile, bisogna viverla, momenti di allegria e di intensa commozione si alternano a volte in maniera inaspettata.
Si reincontrano vecchi commilitoni e si conoscono nuovi amici. Si ascoltano i "veci" raccontare le loro esperienze (toccante per me l'incontro con un reduce di Russia). La sera di fronte ad un fuoco si ride e ci si commuove sulle note di qualche canzone alpina, bevendo un buon bicchiere.

Gianni, Stefano ed io abbiamo trascorso qualche ora insieme il sabato che precede la sfilata ufficiale osservando e riflettendo … e facendo qualche scatto per noi e per voi.

L'Altopiano dei Sette Comuni tra il 1915 e il 1918 fu per quarantun mesi teatro di gigantesche battaglie.
Zona di confine, porta verso Trento per gli Italiani e finestra aperta verso la pianura veneta per gli austriaci, vi si fronteggiarono centinaia di migliaia di uomini.
Ancora campeggiano i ruderi dei forti giganteschi (Verena e Campolongo) da cui furono sparati i primi colpi di cannone della guerra contro le contrapposte fortificazioni avversarie (Vezzena, Verle, Luserna) il 24 maggio del 1915. Memorabili in proposito le pagine di Fritz Weber ("La fine di un esercito").
Nel 1916 ( giugno) l'intero altopiano fu investito dalla Strafexpedition, che portò gli austroungarici ad Asiago e Gallio, a un soffio dalla pianura vicentina.
Con la controffensiva italiana, gli austriaci si assestarono su fortissime posizioni difensive dominanti. E la pietraia dell'Ortigara registrò i suoi primi alpini morti.
Il libro di Emilio Lussu ("Un anno sull'altopiano") ha ispirato il film "Uomini contro", girato costì, che molti di voi avranno certamente visto.
Nel giugno 1917, contro questa linea si scagliò un'intera armata italiana (la VI).
Respinta ovunque, sfondò solo all'estremo nord, sull'Ortigara (un mammellone carsico di sassi, senza un riparo e un filo d'erba), conquistato dagli alpini della 52^ divisione. Fu la loro tomba: bombardati da tre lati, assurdamente mantenuti sulla posizione, resistettero per sette giorni. 18.000 perdite alpine (tra morti e feriti) su un fronte di nemmeno 2 km. "Per non dimenticare", sta scritto sulla colonnina mozzata a quota 2101.
Paolo Monelli ("Scarpe al sole") di questa epopea ci ha restituito un' umanissima testimonianza.
La guerra sull'Altopiano continuò con la disperata difesa dopo Caporetto (battaglia delle Melette), e con le vittorie del 1918.
Per 10 anni continuarono a morire gli uomini dell'altipiano, "i recuperanti", nel rastrellare il tappeto di scorie ferrose dei proiettili di artiglieria, esplosi e inesplosi, unica amara risorsa di un piccolo mondo raso al suolo.
Mario Rigoni Stern, memoria storica dell'Altopiano, vi ha dedicato più di un romanzo.
Lassù sono tornati gli alpini, alla ricerca delle loro radici, stringendosi attorno all'Ossario di Asiago, in un grande evento fatto di memoria, di tristezza, ma anche di gioia.
L'ho visto così:

La giornata trascorsa in compagnia degli amici e degli Alpini mi ha toccato molto.
Avevo sentito parlare dello Spirito di Corpo che lega gli Alpini di tutta Italia, non credevo cosa volesse dire, o almeno non avevo le idee ben precise...... Alpini forse si nasce, pochi lo diventano!
Attraversare i vari accampamenti scambiando quattro chiacchiere con quelle splendide persone, magari gustando un buon bicchiere di vino come si fa tra vecchi amici, mi ha riempito di orgoglio.
In quei momenti anche il più timido si sente a suo agio.
Fermarsi ad ascoltare i racconti di coloro che hanno dato molto per la Patria fa capire che sono altri i valori nobili, i valori per i quali vale la pena di sacrificarsi.
Le esperienze e le sofferenze testimoniate dai veterani fanno drizzare la pelle, un brivido ti percorre dentro lungo tutta la schiena.
Vedere il militare di truppa abbracciato al Generale mentre brindano ai tempi passati fa capire che cosa voglia dire essere Alpini.
Mentre salivamo in macchina per raggiungere Asiago, Gianni e Marco mi raccontavano degli scontri e delle battaglie che si sono succedute sulle nostre montagne.... non vedevo l'ora di arrivare su ad Asiago per documentare il mio stato d'animo in relazione a quell'evento.
Con l'auspicio che gli scatti che seguiranno vi facciano vivere almeno parte delle sensazioni e delle emozioni che abbiamo provato noi.

Altra pagina gloriosa e impregnata di sangue nella storia degli alpini: 1942-43, la ritirata dal Don, lo sfondamento della sacca di Nikolajewka in cui i Russi avevano chiuso le armate italo-tedesche in rotta.
"Il sergente nella neve" (Rigoni Stern); "Centomila gavette di ghiaccio" (Bedeschi) andrebbero letti e meditati anche oggi.
Questi sono reperti originali, portati ad Asiago da un reduce:

Questo è l'alpino per antonomasia, ce ne sono molti come lui... e come lui ce ne sono tanti che hanno una storia da raccontare.
Noi con lui abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche parola.
L'artigliere Alpino Pasquale Corti, combattente in Russia con la Divisione Tridentina, racconta con la sua mostra fotografica itinerante la Ritirata di Russia con foto dell'epoca scattate dal Ten Aldo Devoto e dal Ten. Roberto Cacchi.
Gira l'Italia esponendo per scuole, comuni e Feste Alpine.
.......un esempio da seguire!

Dove ci sono alpini, ci sono i muli, amici servizievoli e preziosi.
Sfilano anche ad Asiago, alpini e muli, secondo la regola:

"Davanti ai muli,
drio ai cannoni
e lontan dai superiori"

IL Corpo degli Alpini è specializzato in azioni su terreni montuosi ed impervi.
Come dice Gianni dove ci sono Alpini ci sono muli. Ma il Corpo utilizza anche mezzi meccanizzati.
Tuttavia per l'alpino il mezzo di trasporto non è strettamente necessario.... infatti ha dalla sua parte doti quali: costanza e resistenza!
Eccovi un esempio di mezzo di trasporto... anche se da una prospettiva diversa.

I muli alpini ritratti da Gianni, i mezzi motorizzati da Stefano ... sistemi per viaggiare...e che hanno fatto muovere gli alpini. Anch'io, durante le ore passate all'adunata ho compiuto un piccolo grande viaggio. Nella mia mente avevo delle foto che volevo fare, ma poi arrivato lì sono rimasto rapito dai volti, dagli sguardi intensi e sinceri.
Sinceri come sincero era il vino offertomi alla sezione di montebelluna insieme a qualche parola, come se mi si conoscesse da sempre.

Come dicevo, sono stato rapito da volti e sguardi ed ho cercato di fotografarli. Mentre lo facevo provavo ad immaginare i loro pensieri, oppure ricordavo pagine lette in passato, sulla guerra, sugli alpini.

Volti di "veci" intriganti e carichi di esperienza, ma anche volti di "boce" pieni di entusiasmo ed allegria: essere fotografati diventa un gioco e un simpatico intermezzo della giornata. Simpatico per loro, simpatico per me.

Si capisce subito lo spirito dell'alpino, la propensione alla socializzazione e al divertimento.
UN buon bicchiere di vino in compagnia non si nega a nessuno.

La giornata scorreva fluida come fluido ed abbondante scorreva il nettare prediletto da Bacco.
Attrezzarsi è la parola d'ordine!.... anche con i mezzi di fortuna tali da assicurare una certa autonomia!

i vecchi alpini hanno un'aria profonda, trasognata, hanno negli occhi un sapere ancestrale.

Guardano dietro, in un altro tempo (1917 ?).

Gli alpini sanno bene cosa sia la fratellanza, e l'amicizia. questi due mi hanno rincorso perchè volevano una foto, una foto per ricordare la loro giornata insieme, io con gioia ho cercato di accontentarli

come vi dicevo prima osservando gli Alpini, magari anche senza uno stretto nesso logico mi venivano in mente brani letti in passato, parole che affioravano da sole.
da in fondo ad una vietta sento rumoreggiare, risate, tonfi numeri urlati, strani versi ..... so già di che gioco si tratta..

“Si chiamava Mario e non era certo il comandante ideale di un reparto in tempo di pace. Gli alpini si sarebbero gettati per lui anche nel fuoco, ma la disciplina - si fa per dire - di quella compagnia non trovava riscontro in nessun regolamento dell'Esercito italiano. Regolamenti che Mario si vantava di ignorare, perché scritti da quegli imboscati dello Stato Maggiore, che non avevano partecipato mai a una guerra. Lui sì che le aveva fatte, anche in Spagna, dove, per aver giocato ad una specie di "roulette russa", aveva perso falangina e falangetta al medio della mano destra. E la falange superstite gli serviva per barare ai frequenti tornei serali e notturni di "morra", perché faceva valere quanto gli era rimasto di quel dito a seconda del numero dichiarato.”

Giulio Primicerj, "Rosandra", edizioni Italo Svevo, Trieste.

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Pensieri che vanno nella sua e nella mia mente, incontrollabili

“ Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! “

Emilio Lussu, “Un anno sull’Altipiano”, Einaudi.

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E mi rendo conto che l'adunata può essere un allegro convivio, ma spesso può diventare un viaggio metafisico di notevole portata dove presente e passato si fondono in emozionanti esperienze.

“ Lo ricordava quando era partito con gli altri richiamati nell’inverno del Quindici e nelle piazze delle grandi città dimostravano le folle perché l’Italia entrasse in guerra; sembrava, allora, che in pochi mesi tutto dovesse finire e che liberate Trento e Trieste sarebbero ritornati a casa con fanfare e bandiere. Ma il vecchio Ghellar quando al sabato si recava al mercato si fermava davanti all’osteria della Faiona a predicare che << …la guerra non è pastasciutta! Né polenta … quanti orfani, quante vedove…>> ”

Mario Rigoni Stern, “L’anno della vittoria”, Einaudi
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Quanti scatti, quanti ritratti durante queste poche ore insieme a tutta quest'umanità, e quante considerazioni quanti pensieri, fra un sorriso, una risata e due o tre riflessioni. potrei continuare a lungo, ma è giunto per me il momento di congedarmi e di lasciare ai miei compagni di questa splendida giornata il piacere di raccontarvi ancora qualcosa.

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In mezzo a tanti alpini in festa il ricordo corre ai compagni “andati avanti” e con commozione, mentalmente, recita la preghiera dell’alpino

Sulle nude rocce, sui perenni ghiacciai,
su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza
ci ha posto a baluardo delle nostre contrade,
noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto,
eleviamo l'animo a Te, o Signore,
che proteggi le nostre mamme, le nostre spose,
i nostri figli e fratelli lontani,
e ci aiuti ad essere degni delle glorie dei nostri avi.

Dio onnipotente, che governo tutti gli elementi,
salva noi, armati come siamo di fede e di amore.

Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta,
dall'impeto della valanga;
fa che il nostro piede posi sicuro su le creste vertiginose,
su le dritte pareti, oltre i crepacci insidiosi;
rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci
la nostra Patria, la nostra bandiera,
la nostra millenaria civilta' cristiana.

E Tu, Madre di Dio, candida piu' della neve,
Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza
e ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti.
Tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza
di tutti gli Alpini vivi ed in armi,
Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni
alle nostre Compagnie, Cosi sia.


I luoghi della memoria: il padre di Marco, sottufficiale di artiglieria da montagna, assorto sullo sfondo di monte Katz:

Sono molte le chiavi e i rapporti da approfondire per scoprire le ragioni della magia dell'adunata:
gli alpini e la storia, gli alpini e il vino, gli alpini e la gente di montagna, gli alpini e i muli, gli alpini e la solidarietà tra generazioni.
Gli alpini e le donne:

L'allegria coinvolgente..

E il fiume dei ricordi senza tempo.

Durante la manifestazione si incontravano i tipi più stravaganti, persone che con il loro girovagare lungo le vie di Asiago rendevano, a loro modo, omaggio al Corpo degli alpini.
Costui a mio avviso è salito sul podio dei soggetti più stravaganti.

Il simbolo della Patria.... veglia e sventola orgogliosa sui propri paladini.

La lunga coda di persone accalcate, in rigoroso e rispettoso silenzio, ai piedi del sacrario testimonia la portata dell'evento.

Alpini e Labari "allineati e coperti" ..... in una parata che evoca cruente battaglie ma allo stesso tempo azioni eroiche.

L'onore di appartenere ad una batteria viene evidenziata sulla nappina del Cappello alpino, forse anche per rivendicare un gruppo di appartenenza esecutore di imprese eroiche e magari rincontrare qualche commilitone per ricordare i tempi passati insieme.
In questo caso 41° batteria, gruppo Agordo 6° reggimento artiglieria di montagna, brigata alpina Cadore.

Ma cosa rappresenta il cappello per un Alpino?

Il Cappello........
E' il mio sudore che l'ha bagnato e le lacrime che gli occhi piangevano e tu dicevi: "nebbia schifa".
Polvere di strade, sole di estati, pioggia e fango di terre balorde, gli hanno dato il colore.
Neve e vento e freddo di notti infinite, pesi di zaini e sacchi, colpi d'armi e impronte di sassi, gli hanno dato la forma.
Un cappello così hanno messo sulle croci dei morti, sepolti nella terra scura, lo hanno baciato i moribondi come baciano la mamma.
L'han tenuto come una bandiera.
Lo hanno portato sempre.
Insegna nel combattimento e guanciale per le notti.
Vangelo per i giuramenti e coppa per la sete.
Amore per il cuore e canzone di dolore.
Per un Alpino il suo CAPPELLO E' TUTTO !!!


PER NON DIMENTICARE !!!

M.O. SANTE DORIGO
Medaglia d'Oro al V.M. alla Memoria.
Motivazione:
"Comandante di prima ondata, si slanciò con deciso impeto all'assalto di forti posizioni superandole con i suoi uomini, sotto il tiro della mitraglia nemica. Gravemente ferito, rimase al suo posto, alla testa dei pochi superstiti e strappati all'avversario degli spezzoni di esplosivi, glieli lanciò contro infliggendogli gravi perdite. Colpito una seconda volta ed avuto spezzata una gamba, volle rimanere ancora con i suoi soldati per animarli alla lotta. soccorso da uno di essi che cerca di trascinarlo al reparto e travolti entrambi dallo scoppio di una bomba nemica, benché nuovamente ferito in più parti e morente, lanciò fino all'estremo parole di incitamento ai suoi uomini: fulgido esempio di valore e di tenacia".

Ma Sante Dorigo,l'Ufficiale degli alpini decorato alla memoria, non era morto.
Lo trovarono coperto dai morti, ma che dava ancora dei debolissimi segni di vita; e il nemico, che ben riconobbe il valoroso avversario, seppe dimostrargli tutta la sua ammirazione col curarlo il meglio possibile dalle innumerevoli ferite subìte.
Il 15 ottobre 1918 ebbe la promozione a tenente per merito di guerra, raggiungendo successivamente, oltre che la investitura a Cavaliere del R.I., il grado di maggiore degli Alpini.
Quel povero corpo straziato dalle mutilazioni cedette il 16 giugno 1942; ma Sante Dorigo, il nostro eroico alpino, ci aveva lasciato un'eredità inestimabile!


AI CADUTI ALPINI DI TUTTE LE GUERRE
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