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Parlando di ritratto

La fotografia come forma d’espressione facilmente e spesso viene accostata alla pittura: sono due forme espressive visuali ed in effetti, all’inizio, sono sembrate una ramificazione l’una dell’altra.

In realtà bene presto ci si è resi conto che pur basandosi su radici accomunabili e pur seguendo strade, a tratti, contigue, sono profondamente diverse.

Oggi iniziamo ad occuparci di ritratto; inutile nascondere che secoli di ritratti in pittura non possono che influenzare direttamente e pesantemente il ritratto in fotografia.

I completi, vari ed approfonditi studi sulle pose, sulle luci, sulle composizioni condotti da artisti di tutte le levature ci permettono di accedere ad una fonte di ispirazione vastissima.
Ispirazione conscia quando razionalmente studiamo un’opera ed inconscia in quanto la nostra cultura ed il nostro gusto, il nostro “occhio” non possono che essersi formati anche su quanto abbiamo avuto modo di vedere più e più volte durante il nostro cammino.

A questo punto possiamo trovare una prima sostanziale differenza fra l’atto creativo che porta ad un ritratto in pittura, da quello che porta ad un ritratto fotografico. Il pittore può interpretare con la sua abilità il soggetto, può far uscire dalla tela con abili pennellate, luci, espressioni, sfondi, caratteristiche facendo appello alla sua creatività. (da qui in poi quando faremo riferimento a pittura e fotografia lo faremo intendendo implicitamente che ci riferiamo al ritratto)

Il fotografo deve riuscire a far uscire dal suo scatto quanto vuole esprimere, cogliendo ed eventualmente orchestrando sapientemente espressioni, luci e situazioni, creando un intenso rapporto con il soggetto ritratto, sino a cogliere in una frazione di secondo l’estrapolazione di quell’istante che racconterà una storia, susciterà un’emozione.

Pittore e fotografo quindi posso avere i medesimi fini, e magari posso arrivare a comunicare sensazioni affini, ma lo devono fare con strumenti profondamente e filosoficamente molto diversi.

L’uno può immaginare e ricostruire nel tempo un istante che pur basandosi sulla realtà la può trascendere e reinventare, l’altro deve cogliere una realtà oggettiva e farla diventare soggettiva quanto basta e nella direzione che gli serve per veicolare il proprio messaggio.

Sorge spontanea allora una domanda, ma come?? La fotografia non ritrae forse semplicemente ed oggettivamente la realtà, la verità?

Crediamo sia da sfatare immediatamente questo mito, se esiste, che la fotografia sia oggettiva che racconti la verità.
Che sia un falso mito risulta facile da capire anche da un fattore macroscopico: come potrebbe essere oggettiva ed obiettiva una rappresentazione che porta da un mondo in 4 dimensioni (altezza, larghezza, profondità e tempo) ad una in due dimensioni, dove la profondità sparisce e può venir suggerita in modi diversi dall’uso di tecniche ottiche e psicologiche , dove sparisce il tempo nella sua consecutio logica e dove una frazione di secondo non può avere la pretesa di raccontare la verità, quanto al massimo una verità indotta dal buon fotografo.
Inquadrando in un modo diverso una stessa identica situazione, nello stesso identico istante si potranno veicolare due messaggi completamente diversi ed addirittura diametralmente opposti e probabilmente nessuno dei due sarà documento della reale situazione di quel momento, ma solo di quanto il fotografo avrà cercato di comunicare.

Ecco che accostandoci ad un ritratto per prima cosa dovremo capire cosa vorremmo che questa nostra opera comunicasse, che aspetti, che emozioni.

In base a questo interagiremo con luci naturali od artificiali, con la consapevolezza della disposizione di volumi, di colori, di materie, con gli sfondi, ambientando o decontestualizzando il soggetto, interagendo o meno con il ritratto, sfruttando le caratteristiche dei nostri strumenti fino ad ottenere la situazione tanto agognata, quella che racconterà, trasmetterà quanto avevamo sperato.

Iniziare a parlare di tecnica, di strumenti senza sapere dove vogliamo arrivare è inopportuno, rischieremmo di metterci alla guida di una monoposto da formula uno per raggiungere il campo base del k2 o di calzare pesanti scarponi da montagna per una cena di gala.

Capire invece che scattando un ritratto tutte le nostre scelte dovranno essere volte e funzionali al risultato che ci prefissiamo è fondamentale e ci semplificherà il cammino verso l’apprendimento delle varie tecniche.

Fin qui non abbiamo parlato di un terzo fattore in gioco: chi guarda il ritratto; per trasmettergli qualcosa dobbiamo usare un “linguaggio” che possa capire, che sia in linea con la sua cultura di fondo. Gli stessi gesti, le stesse situazioni possono essere interpretati in maniera pesantemente differente se chi scatta e chi fruisce dello scatto hanno origini culturali profondamente diverse, dovrà quindi essere cura del fotografo valutare anche che tipo di “linguaggio” usare per creare un’emozione o trasmettere un messaggio.

In ogni ritratto troveremo sempre tre persone: si vedrà il soggetto, si vedrà il fotografo ed inevitabilmente si specchierà chi osserva la foto.

Consapevolezza, progettualità quindi, ma anche attenzione, sensibilità e velocità per non perdere l’attimo magico.

Proprio di recente abbiamo lavorato ad una mostra di ritratti che appunto dalla tradizione pittorica trae ispirazione, ma che poi ha imboccato la sua “foto-strada”.

Il filone dei ritratti con il proprio animale da compagnia è sempre stato importante in pittura, sia per la sua valenza sociologica, sia perché i committenti spesso amavano farsi ritrarre con il loro compagno animale. Partendo da questo presupposto abbiamo pensato di riproporre una serie di scatti dove fossero ritratti insieme persone e l’animale col quale vivono: questa è l’idea.

Definita l’idea di fondo si possono operare mille scelte, lavorare all’aperto o in studio, in luce naturale o con luci controllate, ambientando o decontestualizzando ecc.ecc. tutto queste scelte inevitabilmente cambiano il risultato espressivo.

Tutte le nostre decisioni sono state volte al mettere in evidenza il forte rapporto d’affetto che lega due esseri che condividono la loro vita. Quindi non una rappresentazione dell’uomo padrone e dell’animale succube, bensì una rappresentazione e una testimonianza della complicità fra due pari.

Per evitare che elementi distraenti potessero interferire con il messaggio abbiamo quindi scelto di lavorare in studio, con uno sfondo nero, con poche semplici luci, tutti ingredienti atti a rendere i due soggetti ed il loro interagire totali ed unici interpreti della scena. Le luci sempre uguali, per far capire che la diversità fra uno scatto e l’altro è profondamente determinata dalla personalità dei ritratti.

La scelta delle pose è stata ragionatamente una non scelta: si è chiesto di fatto di giocare fra loro, di mettersi a proprio agio e di interagire il più normalmente possibile per cercare di capire, osservandoli, quale potesse essere il rapporto che li legava e di cercare di fissarlo in un istante.
Non è facile in poco tempo riuscire a capire e a stimmatizzare una situazione così meravigliosamente complessa, ma è proprio compito del ritrattista provarci e, qualche volta, modestamente riuscirci.

Il risultato del nostro ragionare, del nostro interagire, del nostro fotografare è la mostra DNA de natura animorum.

Saremmo veramente lieti se voleste trovare il tempo e il piacere di venire ad osservare quanto fatto, anche alla luce delle considerazioni fatte qui sopra.

Dopo aver visto gli scatti potrebbe essere interessante osservare lo schema luci che abbiamo deciso di adottare.

Si tratta dell’adattamento del classico schema luce detto “di taglio” basato su tre luci (in questo caso flash).

Una luce primaria che è la sorgente luminosa che caratterizza l’immagine e che generalmente è la più intensa ed estesa. Lo studio della tecnica ci insegna che adottando una luce principale con inclinazione fra i 40 ed i 60 gradi rispetto al soggetto il risultato sarà molto “naturale” (questo deriva dal fatto che è l’incidenza con la quale normalmente il sole ci illumina).
Nello schizzo sotto riportato la luce principale è indicata con la lettera A ed è diffusa da un bank di 70 cm

Una luce secondaria (o complementare) che serve a rendere leggibili le zone lasciate in ombra dalla luce primaria. Nel posizionare la luce secondaria e nel deciderne la potenza bisogna fare attenzione a non generare sul soggetto (o sullo sfondo) sgradevoli ombre doppie. Tipicamente la luce secondaria è meno intensa della primaria, e lo è in articolar modo nello schema che stiamo descrivendo.
Nello schizzo la luce secondaria è indicata con la lettera B ed è anch’essa resa più “morbida” dall’uso di un bank

Una luce detta effetto. Questa terza luce serve per dare profondità all’immagine, viene generalmente puntata su capelli e proviene da dietro il soggetto. Stacca il soggetto dallo sfondo delineandolo posteriormente. È solitamente una luce dura e ben indirizzata.

Nello schizzo la luce effetto è indicata con la lettera C ed è indirizzata usando un accessorio dotato di alette che fanno passare solo una “lama” di luce.

Non abbiamo usato invece nessuna luce per illuminare lo sfondo che, come detto sopra, non volevamo fosse evidenziato in alcun modo.
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